CUCINA DAL MONDO: il Kitchari il piatto detox della cucina ayurvedica

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L’Asia, lo yoga e l’ayurveda così come le ho scritte corrispondono anche alla progressione cronologica con la quale sono entrate piano piano nella mia vita e senza aver intenzione alcuna di farle uscire, ho deciso pian piano di unire i miei viaggi con la filosofia yogica. L’avrò forse scritto mille volte ma la conoscenza di un posto passa anche attraverso la conoscenza della cucina locale e ci sono dei piatti che oltre ad essere buoni hanno anche il potere di essere particolarmente benefici per l’organismo che, mai come in questo periodo storico, ha bisogno di essere sostenuto dalla migliore delle medicine, ovvero il cibo.

Ho conosciuto il Kitchari grazie ad una bravissima insegnante di cucina ayurvedica indiana ma che vive in Italia da diversi anni, ayurveda significa letteralmente conoscenza della vita al contrario di ciò che molti pensano non è affatto una medicina alternativa ma una medicina riconosciuta dal sistema nazionale indiano che in parole brevi, ma molto brevi, si basa sul vivere in perfetta armonia con gli elementi naturali.

Il Kitchari è un piatto con un potere assai depurativo che in India viene dato già in età infantile quando si ha la febbre addirittura e soprattutto quando si ha bisogno di regolarizzare l’intestino dopo l’abuso di cibi insalubri o comunque tutte le volte in cui si ha la necessità di fare una depurazione dall’interno, il famoso detox, così come va di moda dire oggi. Gli ingredienti principali di questo piatto sono il riso basmati e i fagioli mung spezzati tutti prodotti assolutamente reperibili in qualsiasi supermercato. Visto il suo potere depurativo e benefico è bene consumarlo almeno tre volte in una settimana quindi una soluzione utile è senza dubbio quella di prepararlo in maggiore quantità in modo da dividerlo per più pasti, non è assolutamente calorico quindi è ideale anche per i pasti serali e fantastico da portarsi dietro per la pausa pranzo.

INGREDIENTI

100 grammi di riso basmati

100 grammi di fagioli mung spezzati(in alternativa vanno benissimo le lenticchie rosse decorticate)

1 cucchiaio di ghee (burro chiarificato reperibile ovunque o da fare in casa)

mezzo cucchiaino di semi di cumino

mezzo cucchiaino di curcuma

mezzo cucchiaino di semi di coriandolo

mezzo cucchiaino di semi di senape

un cucchiaio di zenzero fresco grattugiato

un cucchiaio di curcuma in polvere

sale qb

PROCEDIMENTO

La prima cosa da fare è mettere a bagno il riso con i fagioli per circa 30 minuti poi sciacquare bene finché l’acqua non appare perfettamente pulita, qualcuno dice che bisognerebbe farlo per sole 3 volte ma non ho ancora capito il motivo forse questa diceria viene fuori da qualche tradizione locale tramandata da una nonna indiana.

In una wok o comunque in una padella capiente far sciogliere il ghee e versare il coriandolo, i semi di cumino e quelli di senape queste spezie possono essere anche sostituite da altre come i semi di finocchio o il fieno greco l’importante è che non ci siano spezie piccanti come curry o altri condimenti simili che invece andrebbero a irritare il tratto intestinale, io l’ho sempre fatto con queste ed il risultato è stato sempre ottimo. Quello che invece non deve mancare in questo leggerissimo soffritto è lo zenzero, bisogna però stare attentissimi a non bruciare le spezie che vanno solo amalgamate al ghee che da solo ha un forte potere curativo in modo da far sprigionare alle spezie tutto il loro potere benefico. A questo punto aggiungere il riso con i fagioli e far insaporire unendo la curcuma e il sale, coprire con acqua calda o brodo vegetale e lasciar cuocere a fiamma bassa per circa 30 minuti, lo si può lasciare più brodoso oppure più liquido in entrambi i casi è buonissimo.

Questa è la ricetta base del Kitchari ma possono essere unite al ghee anche verdure di stagione che ben si amalgameranno con il riso, io consiglio carote, sedano e prezzemolo soprattutto in estate per dare al piatto anche i bellissimi colori della natura.

TRAVEL DIARY: what can happen when you arrive in India

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The pandemic has completely upset the balance of entire populations, changed the way of life of every single individual, at least of those who were used to travel, to discover the world, to be completely immersed day after day, in the journey both physical and mental. . The news, the newspapers, and the web had fun transforming this period of pandemic into a kind of labyrinth for the mind that began to struggle about what the future could be for those like me who live every moment of this earthly life with the I always vividly remember the beautiful and even ugly emotions, linked to places in the world that we have traveled even a few meters and this is how we learn to live with the spotlights on all those countries that after visiting inevitably become part of us and it is precisely when you hear them or read their name somewhere that the chills come. Intense chills also made of fear, as happened to me a few days ago, when I learned the news that in India, my INDIA, has once again fallen into the endless and devastating abyss of the corona virus, a news that leaves me even more speechless if only I think that just a couple of months I had rejoiced with them in learning that this terrible monster seemed defeated, now a new variant even more contagious and only those who have visited India without filters can understand what they want say this blow again, and that’s why out of every scheme, just like I am, I want to tell a travel page in which no place, no monument, no tour is told, but only the sensations of an arrival, an arrival that from that moment on, even if I didn’t know it yet, it would have changed all my mental patterns, all my emotional conditions, perhaps too fragile at that moment, an arrival from which emotionally I have not never returned, an arrival whose name is well engraved in the head and heart and which is called India.

A cold Italian February and a plane flight to New Delhi bought many months back and in my head the road trip I had it very clear, I wanted to see the famous Taj Mahal, I wanted to travel the streets of Jaipur and finally get in touch with it spirituality to which in an inexplicable way I felt so much attracted, to which I had approached perhaps in an even stronger way probably during my first trip to Asia, to Sri Lanka to be exact, considering the tear of India that had set fire again more deeply my strong attraction to Asia.

Unfortunately, however, things in life take a different turn and a little more than a month before my departure or rather from our departure, that of mine and my travel and life companion, the loss of our beloved and completely humanized crawling completely changes the our center of gravity and although for most people a feeling of such strong bond and deep love for an animal can be incomprehensible, for us it was such a hard blow that it did not give us the strength to think about any planning, so much so that we took the decision to leave equally without a precise destination other than that of having booked a week in a super super cheap hotel room in an equally super cheap neighborhood of New Delhi, Parangaji. The Lufthansa flight is punctual we arrive in India in the middle of the night, upset not so much by the route but by that whirlwind of emotions that now after the death of our Ale were floating in the heads of both and to which we could not give any answer.

I had read galore about things to do once we reached their destination and under a normal circumstance certainly neither I, even less my partner, would have been so terribly naive and unconscious as to entrust us to a taxi, which was not a taxi. in the hope that it would lead us to that address that I so shyly show him, written on a neat sheet of paper. Too bad that as soon as we get into the car we risk ending up in the opposite lane because together with the alleged taxi driver there was a driver who is taken by a sudden fall asleep from which he wakes up just in time to avoid the car that would have overwhelmed us in a few minutes . But when our hands reached the chest as a sign of deep gratitude to heaven for the narrow escape, we find ourselves in a place that was not at all the one indicated on the white sheet of paper but only the shabby office of a travel agent who he wanted to give us a much more expensive hotel than the one booked from Italy. The “alleged travel agent” type is very shrewd and with good interpretative skills, so much so that he staged a phone call directly with the reception of my hotel (which my hotel is not) and informs me that they were closed for the elections policies. In fact you find out

DIARIO DI VIAGGIO: cosa può succedere arrivando in India

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La pandemia ha completamente sconvolto gli equilibri di intere popolazioni, cambiato il modo di vivere di ogni singolo individuo, almeno di quelli che erano abituati a viaggiare, a scoprire il mondo, ad essere completamente immersi giorno dopo giorno, nel viaggio sia esso fisico che mentale. I tg, i giornali, e il web si sono divertiti a trasformare questo periodo di pandemia in una specie di labirinto per la mente che ha iniziato ad arrovellarsi su quale potesse essere il futuro di chi come me vive ogni istante di questa vita terrena con il ricordo sempre vivido delle emozioni belle ed anche brutte, legate a posti del mondo di cui si sono percorsi anche solo pochi metri ed è così che si impara a vivere con i riflettori accessi anche su tutti quei paesi che dopo aver visitato diventano inevitabilmente parte di noi ed è proprio quando li si sente nominare o si legge il loro nome da qualche parte che vengono i brividi. Brividi intensi fatti anche di timore, come è accaduto a me qualche giorno fa, quando ho appreso la notizia che in India, la mia INDIA, è ricaduta ancora una volta nel baratro interminabile ed devastante del corona virus, una notizia che mi lascia ancora più senza parole se solo penso che appena un paio di mesi avevo gioito insieme a loro nell’apprendere che questo terribile mostro sembrava ormai sconfitto, ora spunta fuori una nuova variante ancora più contagiosa e soltanto chi ha visitato l’India senza filtri può capire cosa voglia dire ancora questa mazzata, ed è per questo che fuori da ogni schema, proprio come sono io, voglio raccontare una pagina di viaggio nella quale non si racconta alcun posto, alcun monumento, alcun tour ma sole le sensazioni di un arrivo, un arrivo che da quel momento in avanti, pur non sapendolo ancora, avrebbe cambiato tutti i miei schemi mentali, tutte le mie condizioni emotive, forse troppo fragili in quel momento, un arrivo dal quale emotivamente non ho mai fatto rientro, un arrivo il cui nome è ben scalfito nella testa e nel cuore e che si chiama India.

Un freddo Febbraio italiano ed un volo aereo verso Nuova Delhi comprato molti mesi indietro e nella testa il viaggio on the road lo avevo ben chiaro, avrei voluto vedere il famoso Taj Mahal, avrei voluto percorrere le strade di Jaipur ed entrare finalmente a contatto con quella spiritualità alla quale in maniera inspiegabile mi sentivo così tanto attratta, alla quale mi ero avvicinata forse in maniera ancora più forte probabilmente durante il mio primo viaggio in Asia, in Sri Lanka per l’esattezza, considerata la lacrima dell’India che aveva incendiato ancora più profondamente la mia forte attrazione per l’Asia.

Purtroppo però le cose della vita prendono una piega differente e poco più di un mese prima dalla mia partenza anzi dalla nostra partenza, quella mia e del mio compagno di viaggio e di vita, la perdita della nostra amata e del tutto umanizzata gattona cambia completamente il nostro baricentro e seppur per la maggior parte della gente un sentimento di così forte legame e profondo amore per un animale può essere incomprensibile, per noi è stato un colpo così duro da non darci la forza di pensare ad alcuna pianificazione, tanto da farci prendere la decisione di partire ugualmente senza una meta precisa se non quella di aver prenotato una settimana in una super super economica camera di hotel in un altrettanto super economico quartiere di Nuova Delhi, Parangaji. Il volo della Lufthansa è puntuale arriviamo in India nel cuore della notte, scombussolati non tanto per la tratta ma da quel turbinio di emozioni che ormai dopo la morte della nostra Ale venivano a galla nella testa di entrambi ed alle quali non sapevamo dare alcuna risposta.

Di cose da fare una volta giunti a destinazione ne avevo lette a bizzeffe ed in una circostanza normale di certo nè io ancor meno il mio compagno saremmo stati così tremendamente ingenui e incoscienti da affidarci ad un taxi, che taxi non era. nella speranza che ci conducesse a quell’indirizzo che così tanto timidamente gli mostro, scritto su di un lindo foglio di carta. Peccato che appena entrati in macchina rischiamo di finire sulla corsia opposta perché insieme al presunto tassista c’era un autista che viene preso da un colpo di sonno improvviso dal quale si desta appena in tempo per evitare la macchina che ci avrebbe forse travolto in pochi minuti. Ma quando ormai le nostre mani giungevano al petto in segno di profonda riconoscenza al cielo per lo scampato pericolo, ecco che ci ritroviamo in un posto che non era affatto quello indicato sul bianco foglio di carta ma solo il malandato ufficio di un agente di viaggio che voleva rifilarci un hotel ben più costoso di quello prenotato dall’Italia. Il tipo “presunto agente di viaggio” è molto scaltro e con buone capacità interpretative, tanto da mettere in scena una telefonata direttamente con la reception del il mio hotel (che il mio hotel non è) e che mi comunica che erano chiusi per le elezioni politiche. In effetti scopriremo solo i giorni a seguire che l’intera area di Parangaji era davvero chiusa al traffico delle automobili ma nessun hotel o ristorante erano chiusi al contrario brulicavano di gente. Completamente esausta ed intontita non sapevamo più che pesci prendere, il mio compagno da sempre attento e per nulla sprovveduto, in quell’occasione era come impietrito e fu allora che, forse in preda al panico, decido di riversare tutto la mia rabbia sul finto agente di viaggio, così da intimargli di accompagnarmi all’indirizzo indicato per il prezzo concordato e quasi incredula il mio deciso urlo disperato ha i suoi effetti e non solo in pochi minuti siamo nuovamente nel taxi verso la direzione giusta, almeno speriamo, ma in poco tempo siamo davanti ad un magro, anzi magrissimo signore che con la sua bicicletta conduce a destinazione chiunque lo voglia per poche rupie, questo povero uomo non parla una parola d’inglese ed è proprio il tassista a fare da intermediario, stabilendo una cifra per entrare nel quartiere di Parangaji dove il nostro hotel si trovava ed al quale si poteva accedere solo senza automobile. Il nostro conduttore pedalava con tutta la forza che aveva nelle sue gambe e davvero non capivo dove potesse prenderla vista la sua corporatura esile, dopo qualche vano tentativo di trovare l’hotel e un paio di cani per nulla amichevoli che ci vengono dietro, arriviamo al cospetto del nostro piccolo hotel che erano ormai le 3 di notte. Un paio di ragazzi dormivano all’ interno della minuscola reception e ci accolgono assonnati, aiutandoci anche a divincolarci dal nostro bici driver che ovviamente pretendeva più soldi rispetto alla cifra pattuita.

Durante questa brutta disavventura non abbiamo mai avuto paura che ci avessero potuto far male fisicamente avevamo ben intuito che si trattava dell’ennesimo raggiro che può capitare in giro per il mondo a danno dei viaggiatori e che in un situazione normale avremmo evitato, quindi la prima lezione dell’India ed anzi del mondo è quella di tenere sempre gli occhi ben aperti.

Il giorno seguente il peggio sembra essere passato ed io mi sento desiderosa e felice in maniera inspiegabile ed anche con una fame da lupi ma non avevo fatto i conti con una reazione inaspettata del mio forte compagno di viaggio che quasi in preda al panico, mi dice che non avrebbe voluto mettere piede fuori dal quella camera di hotel che non era poi neppure così allettante, una reazione la sua, che non mi aspettavo, difronte alla quale non sapevo bene neppure come comportarmi. Dopo un altro paio di ore passate in pieno silenzio, paralizzata ancora una volta dal timore ecco che il mio compagno si decide a mettersi in piedi e mi chiede di uscire per cercare qualcosa da mangiare, io non dico troppe parole e sono pronta per vedere finalmente la luce del sole che era fortunatamente intensa da farmi vedere i colori della gente, percepire negli occhi e nel naso la polvere delle strade e sentire il rumore dei clacson che per le strade dell’India suonano in maniera ininterrotta. Mangiamo in un McDonald’s, appena fuori dal quartiere Parangaji al quale però si arriva attraversando una strada talmente trafficata che penso tra me di non uscirne viva ma è lì che inizio a riconoscere la forza e la capacità di adattamento di Leo(il mio compagno), nel giro di un secondo mi prende la mano e sguizza come un pesce nell’oceano tra le macchine, portandomi dall’altro lato della strada con estrema disinvoltura. Da quel momento in avanti le sue in India saranno solo vittorie perché si adatta talmente bene allo stile di vita, ai suoni, agli odori gradevoli e sgradevoli che al momento di lasciare l’India leggo oltre al dispiacere la voglia di ritornarci quanto prima anche perché di rimanerci per lunghi periodi, desiderio questo che speriamo di realizzare negli anni a seguire, quando mi auguro per me e per il mondo intero la pandemia sarà solo un brutto ricordo.

L’India la si può amare o odiare ma una volta messo piede in questa terra unica sarai cambiato inevitabilmente tu lo voglia o meno, tu lo percepisca o meno, perché l’india non è un paese ma uno stato d’animo!

Ricette dal mondo:Il chutney di mele una pietanza indiana elaborata alla mia maniera

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L’India può vantare tradizioni antiche che riguardano usi,costumi ed anche e una bella selezione di piatti locali variegati e saporiti,per qualcuno troppo piccanti ma che possono spaziare dal dolce al salato coniugando i due sapori con armonia.

Il Chutney di mele è un piatto delizioso a base di frutta e spezie che se preparato usando spezie specifiche diventa non solo un piatto tipicamente indiano ma anche un buona pietanza di cucina ayurvedica.

La medicina ayurvedica è un’altra delle eredità che ci ha lasciato l’antica India,le sue radici sono da ricercare molto lontano,la sua peculiarità è quella di cercare il benessere fisico e emotivo attraverso il vivere sano che preveda anche un’alimentazione equilibrata che unisca diversi sapori in un solo piatto, operazione che inizialmente può risultare ardua per chi si approccia da poco a questa cucina. I sapori ayurvedici da inserire in un piatto sono il dolce,il salato, l’amaro,l’astringente,l’acido e il piccante ed il Chutney di mele è un gustoso e perfetto esempio di questo connubio.

La prima volta che ho assaggiato il Chutney di mele era accompagnato a riso bianco e dhal di ceci una sorta di zuppa di legumi sempre di tradizione indiana,ma può essere il contorno per piatti di carne stufata oppure,come nel mio caso, un pasto energetico ideale per una pausa pranzo take away.

Rispetto alla ricetta originaria ho fatto delle modifiche o meglio aggiunte come per i chiodi di garofano solo perché sperimentando ho potuto vedere che i chiodini si sposano perfettamente con le mele,quindi ognuno può sbizzarrirsi in base al proprio gusto personale

INGREDIENTI

  • 3 mele sode non troppo farinose
  • Un cucchiaio di ghee(burro chiarificato)
  • un cucchiaino di fieno greco macinato o in granuli
  • un cucchiaino di zenzero
  • due cucchiaini di curcuma
  • un cucchiaino di curry o peperoncino tritato
  • un cucchiaino di cannella in stecco o in polvere
  • due cucchiai di succo di limone
  • una spolverata di zucchero di canna
  • una spolverata di sale marino iodato(tipo cervia)

PREPARAZIONE

In una padella antiaderente sciogliere il ghee a fuoco moderato e aggiungere il fieno greco facendo attenzione a non bruciarlo,unire le mele tagliate a tocchi abbastanza grossi,una dopo l’altra le spezie ed in ultimo il succo di limone,girate il tutto per amalgamare le spezie e fare in modo che la curcuma colori tutto di quel bel colore giallo.Coprite e cuocete a fuoco basso per una decina di minuti raddoppiate il tempo di cottura se desiderate un composto più morbido,io personalmente amo mangiare le mele ancora a pezzi integri.

Provare questa ricetta è un buon modo non solo per assaporare un piatto gustoso ma anche di avvicinarvi all’alimentazione ayurvedica che devo dire mi ha proprio conquistato così come tutta l’India.